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Per l'open source diventa critico il ruolo dei servizi


Dal 'vendor lock-in' passiamo al 'service lock-in'? Secondo gli utenti presenti alla Open Source Business Conference di San Francisco la scelta di fornitori di servizi professionali in ambito 'open' è ancora troppo limitata.

Tra i molti argomenti sul tavolo della Open Source Business Conference di San Francisco, si è anche discusso sul problema del supporto tecnico che i vendor e altri operatori specializzati mettono a disposizione degli utenti, effettivi e potenziali, di piattaforme open source. L'opinione degli utenti non è positiva: a parte alcune grandi aziende 'storiche' - come HP, IBM, Novell o Red Hat - che hanno nel tempo sviluppato una forte componente di servizi professionali, la maggior parte delle realtà del mondo open source sono focalizzate unicamente sui loro prodotti - e magari a volte ne hanno anche uno solo - e vivono ancora la condizione della start-up. Non sono dunque in grado di presentarsi come interlocutori credibili per aziende che non abbiano già al proprio interno competenze specifiche in quanto a Linux e a software opne source.
Tutto questo ovviamente non attira i decisori d'impresa che devono stabilire se e come aggiungere applicazioni open source al loro parco software. Diversi responsabili aziendali hanno spiegato che le loro aziende preferiscono di gran lunga avere un 'paracadute' rappresentato dalla presenza di un unico interlocutore che fornisca supporto per i vari tipi di problemi che possono incontrare.


Paura dell'integrazione

Un numero sempre maggiore di clienti, secondo l'esperienza dei grandi vendor, vorrebbe provare soluzioni open source, ma è frenato dalla paura di avere problemi di integrazione con il resto dell'infrastruttura IT e soprattutto dal non sapere a chi rivolgersi per avere supporto. I grandi vendor possono rispondere in prima persona e sono, ovviamente, ben contenti di farlo. Ma quello che molti aspettano, e giudicano indispensabile per l'evoluzione del settore, è la crescita di un gruppo nutrito di terze parti affidabili che possa affiancare i nomi 'classici' nel dare supporto e nel realizzare in pratica la presupposta integrabilità delle soluzioni 'open'.
A queste nuove classi di aziende si chiede però di sviluppare un raggio di competenze ed esperienze almeno paragonabile a quello dei grandi vendor, perché in caso contrario non potrebbero agire come singolo punto di supporto. E gli utenti hanno chiaramente spiegato che nessuno di loro, oggi, vuole impegnarsi in decine di contratti di supporto con operatori magari bravissimi, ma di nicchia.
La soluzione provvisoria adottata da alcuni utenti è stata quella di appoggiarsi a un vendor tradizionale per il supporto ad ampio spettro e di scegliere operatori più specializzati per alcune parti del proprio sistema informativo. Ma è, appunto, una strada provvisoria alla quale si preferirebbero soluzioni più semplici.


Il mercato spinge

La situazione necessariamente dovrà evolversi, spiegano sia gli utenti che le software house, perché altrimenti si vanificherebbe uno degli aspetti del software open source che viene presentato come uno dei suoi principali vantaggi, sufficiente ad abbandonare il software tradizionale: la possibilità di cambiare prodotti e fornitori in maniera molto più semplice di quanto non avvenga per le applicazioni proprietarie.
Alcuni utenti hanno invece spiegato di essere sostanzialmente in una condizione del tanto temuto 'lock in': non possono scegliere del tutto i prodotti open source perché i loro interlocutori sono molto più - se non esclusivamente - esperti nelle tecnologie proprietarie. In altri casi la situazione è solo leggermente migliore: sono passati all'open source ma non sempre possono usare il prodotto che vorrebbero perché gli operatori che forniscono supporto tecnico sono pochi e non preparati su tutto il mondo 'open'.

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